S_L_3Immagine: Tamara, di Rafael Lempicka

MA CHE AMOR DI EMPATIA!

 

 Pectoribus mores tot sunt, quot in orbe figurae.

                                                                                         

Le amorevolezze umane

 sono diverse

 quanto le forme delle cose.

(Ovidio – Ars amatoria)

Nella babele del parlante, c’è una costruzione che punta a sfiorare il cielo, ma anche una ri-costruzione che confina l’etimologia a star radice là dove il fondo tocca il colmo della parola. Dove il compendio significante introduce il fantasma di poter occupare il posto dell’altro, o quello che l’altro si faccia occupare in uno stretto giro d’amore. Insomma, una confusione empatica che trasfigura l’amore a proprio uso e consumo.

Si tratta dunque di accorgersi della differenza tra significati-significanti?

L’intellettuale e lo psicanalista si autorizzano eticamente a esplorare, l’uno le passioni che sbordano, l’altro a considerare il fantasma che rappresenta un sintomo. Ognuno dei due evidenzia l’occorrenza a indagare sulla storia dei nomi. Perché si parte dai nomi per nominare la mancanza.

Se l’empatia riguarda la capacità di porsi nella situazione (o posto?) di un’altra persona con fiducia,  speranza e desiderio, l’amore, amor amoris, è a pochi passi dal clamor clamare,decl-amare. Questa fugace esplorazione letteraria un po’ impressiona  e confonde per la babelica “passione di essere altro”. Con ciò, si intende anche evidenziare quanto la solitudine dell’io,  dove può, cerchi la complicità dell’altro. Un insieme da con-dividere verso l’onnipotenza e la grandiosità dell’essere.

La psicanalisi e l’estetica, su tale punto mostrano un’efficace acume partendo dall’aurea traduzione di empatia indicando il termine tedesco “Einfuehlung” (ainfulung), parola che meglio permette di considerare i processi psichici dell’io verso l’altro. Perché si tratta di indicare al meglio il senso dei mezzi per giungere a tale scopo.

Ciò che curiosamente accomuna lo stato di empatia  all’amore si può rilevare nello stato d’animo e nella situazione emotiva iniziata dall’io che prosterna verso  l’altro. In ogni caso, la similitudine emotiva fa si che si possa confondere i significati in un’unica febbre. Febbre che spesso, in modo mistico Dostoewskij evidenzia in “Delitto e castigo” e ne “L’idiota”. Fanno non poco riflettere l’idiozia, il delitto e il castigo. Termini spesso contenuti nell’area perturbante dell’empatic-amour. La baraonda dei significanti si assimila alla struttura del desiderio che con-fonde negli innumerevoli versanti che scorrono nella valle dell’uomo. Empatia e amore stanno in stretta comunicazione avendo in comune la religiosità espressiva dei termini. Dostoewskij, che l’aveva inteso, ha consegnato quella letteratura che intimamente gli veniva richiesta. Ne “I fratelli Karamazov” dispensa generosamente, amore, empatia, religiosità e messa a morte, fornendo pane e companatico alle fantasie del lettore. E, rilevante assai, è la messa a morte tra parricidio e rivalità d’amore, tra gelosia, e passione di essere altro ben manifestata dal servo Smerdjakov.

Ciò che differenzia l’empatia dal così detto amore è il termine “Einfuehlung” (ainfung) tradotto anche come “simpatia simbolica”, cioè distinguendo quei fenomeni di intima partecipazione e di immedesimazione attraverso i quali si può intendere qualcosa dell’estetica. L’umano tende ad attribuire la bellezza alle forme nelle quali proietta o trasferisce il godimento nel soggetto-oggetto. Solipsismo a chi considera l’oggetto come realtà soggettiva metafisica, oggettuale per coloro che nel delirio narcisistico si rappresentano fusione tra io e altro come ideale incarnazione maschile e femminile in tutt’uno creando il divino. Perché dio è essere d’amore e soggettualità che ama.

Pare difficile allora, stabilire la differenza tra empatia e sogno d’amore proprio per una confusione che umanamente si succede nel tempo tra arte, poesia e filosofia, tra politica e messa a morte, tra divino e perversione.

Chi può stabilire una verità, se non la struttura delle nevrosi e quella delle psicosi che il parlante enumera in una matematesi non del tutto consapevole?

Tiberio Crivellaro

 

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