S_L_5‘’Paolo e Francesca’’, Gustave Doré

IN TEMA D’AMORE: L’ODIO, LA DIPENDENZA E IL FANTASMA DI PADRONANZA

Si potrebbe affermare che da un fantasma di padronanza, l’amore ( resta sempre da intendere quale nelle sue varie accezioni – ma per ora stiamo su quello più dis-articolato) proceda da una figura di reciprocità a senso unico che la poesia potrebbe così enunciare:

Di tante donne avute,
a loro nulla ho dato
della capillare amour patologia,
fiamma fradicia di emozioni.
Solo nostalgia, solitudo,
Il girasole del poeta
si serve dell’algoritmo fantasma
fibrillando quel rimosso
che non ritorna.
Di tante donne avute
per sinfonica toccata e fuga,
un’assoluta svilente metamorfosi
da laconiche palafitte
senza innavertibili épisteme…

 

Non di una faccenda di comportamento dies status corpus si tratta, ma propriamente della sua esistenza nell’atto di parola che procede e funziona dal dividere ciascun elemento da se stesso e che, in questa sezione, lavora incolmabilmente, data la differenza sostanziale di una pienezza che protende a esondarsi. Insomma nessuna unità o complementarietà se il tempo non può incarnarsi o tantomeno sovrastare una differenza prettamente sessuale.

Nessuna unità o secondarietà si incarna se non nella rappresentazione di una ripetizione puramente originata da uno specchio che mai riflette la verità presa nella stessità del soggetto. E dunque non c’è coppia che tenga se il gioco si fa serio, se il parlante (o l’enunciante) prova a scambiare ciò che realmente non ha. Quel nome che, sempre imprevedibile, rende ogni atto mancato.

L’aspetto più interessante di Lacan è stato quello di rappresentarsi ciò che sapeva sapendo di non sapere. Mentre Freud, diceva di sapere ciò che non del tutto sapeva e pensava di sapere.

Ma Freud, quasi senza saperlo, si è spinto avanti quanto Lacan non fa. Tra la domanda d’analisi e il transfert, l’amore non è contrario all’odio, ma trova nell’odio una struttura primaria per intendere il termine amore, quanto mai bistrattato dagli esegeti. Questo odio non è mai reciproco, non appartiene al soggetto che coniuga sempre l’Altro/a. Questo odio infine appartiene alla téchne dell’eros, tra Salomé e Sade, tra Don Giovanni e la vanità della grammatologia significante.

Dico che, forse solo il tiranno parla d’amore, in quanto supera e oltrepassa l’incodificabile esercizio dell’essere; insomma un indivisibile divisibile che tenta di decidere in nome di una eguaglianza democratica. Un fascismo relativo la padronanza dell’amore in nome di un amore assoluto.

Per questo l’amore impossibile si solca, per lo più, nel balcanismo dei corpi così meravigliosamente elaborato da Emile Cioran nei suoi “Sillogismi dell’amarezza”.

Per non inciampare nel controsenso, per dirla in quello sessuale, l’amore così detto, a volte, si fa cortese eliminando l’atto, fondando così la passione nell’atto stesso, purificandosi dal femminile, dal maschile e dalla differenza possibile dell’impossibile coniugazione del corpo…anima-to.

Lunga la sa l’isteria che inventa un tratto identificatorio con “Don Giovanni”, metafora dell’oggetto del desiderio, preso tuttavia nella gelosia del due per quanto sia puramente imprescindibile il terzo.

Più malinconica è la paranoia che tenta di fondare la palingenesi sulla parola d’ordine di un “Homo sexualis: di quel chechez la femme. O l’inversalmente proposizionale femminile del “cherchez la femme que avait l’objet de l’homme”.

Dell’amoroso vuoto, si tratta. Una tragica ironia della soluzione di tutto. In quanto l’amore è nel transfert o nell’oppio immaginario dell’io.

Tiberio Crivellaro

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